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Trascendence

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Sabato sera tu e Carlotta vi siete trovati nell’empasse di dover scegliere se iniziare una nuova serie o guardare semplicemente un film. La malvagia stanchezza vi ha impedito di trovare una scelta lucida e ponderata. Iniziare una serie è un impegno a lunga scadenza e non ve la siete sentita di prendere una decisione. Non questo sabato almeno. Così avete ripiegato sulla visione di un film. Si, beh ma quale? Disporre di un catalogo on demand ha certamente tanti vantaggi ma nelle sere dove la pigrizia regna sovrana, è davvero un’arma a doppio taglio. Avete fatto scorrere il catalogo nella sezione fantascienza e fantasy e Carlotta è stata colpita dal faccione di Gionnino Depp e non avendo argomenti a tua disposizione per declinare la proposta, hai accettato di vedere Trascendence.

Trascendence è un film del 2014, opera prima del direttore della fotografia di Christopher Nolan, Wally Pfister passato alla regia e vede nel cast, nel ruolo di due scienziati, Johnny Depp e Morgan Freeman.

L’idea su cui si basa il film è molto interessante e potenzialmente capace di creare un bel tavolo di discussione finita la visione. Immaginate di avere ad disposizione un super computer e di poter installare all’interno di esso la vostra mente con tutti i suoi ricordi e le sue logicità. Di cosa sarebbe in grado la mente umana se avesse a disposizione delle potenzialità quasi infinite? Diventerebbe un pericolo per l’umanità o grazie allo sviluppo della scienza potrebbe quasi trasformarsi in un messia?

Spunto decisamente intrigante non trovate? La “scuola” di Nolan indubbiamente si è fatta sentire. Peccato che in poche parole tutto il buono del film finisce qua. Trascendence è un film che purtroppo non decolla mai, sospeso tra sci-fi, horror e filosofia, non riesce mai dare quella spinta necessaria a far si che colui che guarda il film si ponga davvero delle domande. è mancato il mordente quel twist in grado di sconquassare le budella e far riflettere. Il tema c’è, accidenti. Un’occasione sprecata.

In tutto questo lieve e accennato marasma lo sceneggiatore ha pure inserito una storia d’amore che forse rappresenta la parte migliore del film. Tu e Carlotta alla fine vi siete chiesti se non fosse questo il reale obiettivo del lavoro del regista. La domanda finale che vi siete posti alla fine non è stata “Acciderboli, ma la tecnologia, i medici ingegneri, sono davvero così pericolosi?” ma in realtà è stata “Urca Urca, forse –lui– non ha fatto male a nessuno sta a vedere che era bbbuono e sapeva ancora amare”.

Uao! Che romanticismo! Uh per carità. Il finale poi con il  voltagabbana Max Waters (inspiegabile tra l’altro come questo personaggio abbia deciso di cambiare fazione) interpretado da Paul Bettany che scopre che sono rimaste tracce del super cervello ancora una volta da più adito a continuare a vedere la storia d’amore che le conseguenze di un mondo sprofondato in un pianeta senza elettricità.

Trascendence è quindi un’opera fiacca su un tema attuale e degno di accesi contradditori che non è in grado come ad esempio in Inception (per restare nei paraggi di Nolan) o in Matrix di mettere il pubblico di fronte a delle domande concrete sulla mente umana o di dare quei cazzotti necessari per dar via ad una scintilla di riflessione.

Se però avessi ragione che in fondo Trascendence è una storia d’amore, beh allora, no vabbè anche il drammatico epilogo non salva questo film dell’anomimato perso tra i mille mila film che escono ogni anno.

 

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Blade Runner 2049 Spoiler Free

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Nel 1982 uscì Blade Runner un film che a distanza di trenta cinque anni rimane ancora uno dei film più importanti per la fantascienza made in Hollywood. L’opera cinematografica diretta da Ridley Scott (quanto faceva ancora film della madonna) si ispirava al libro “Ma Gli Androidi Sognano Pecore Elettriche” scritto da Philip Dick nel lontano 1968.

Quello che in pochi sanno è che il cinema amerriggano si è sempre ispirato al lavoro dello scrittore diventato celebre immeritatamente purtroppo solo dopo la sua morte. Blade Runner, Johnny Mnemonico, Rapporto di Minoranza, Total Recall e tanti altri, sono moltissimi i film che si sono ispirati ai suoi racconti così come tutta la narrativa del filone Cyber Punk deve praticamente a lui i natali. Per quel che ti riguarda, Philip K Dick è il Tolkien della fantascienza. Le sue opere hanno gettato le basi per tutto un filone immaginario sci-fi e l’intreccio affascinante della ricerca di risposte dell’uomo nella sua costante battaglia nel sostituirsi a Dio.

Questo è Blade Runner. Non è solo un film d’azione che racconta le avventure di un cacciatore di taglie che ritira dei replicanti ma è la metafora dell’uomo, l’eccellenza tra le creature di Dio, fatta a sua immagine e somiglianza, che si presenta in ginocchio al cospetto del suo creatore, implorandolo di poter vivere più a lungo. Dio però nega il desiderio all’uomo e quest’ultimo, incapace di comprendere il piano divino, uccide il proprio creatore condannando tutta la sua stirpe alla morte.

Impossibile immaginare un seguito, impossibile scrivere una storia che porti avanti il messaggio, infatti nessuno fino a poco tempo fa aveva mai pensato di farlo. Purtroppo però nell’incapacità del cinema moderno di inventare una nuova storia sono cominciati tutti questi Reboot e Sequel non richiesti che spesso e volentieri hanno deluso le aspettative di noi fan, che accecati dalla nostalgia, idolatriamo i vecchi film come rosari ritenendo il Dio del cinema ormai scomparso.

Come porsi di fronte a questo film? Cosa aspettarsi di fronte a Blade Runner 2049? Beh il primo punto è quello di non aspettarsi niente; di accettare questo film come un film di fantascienza cyber punk che prende spunto dal primo e unico Blade Runner.

In nostro soccorso però arriva immediatamente il lavoro accurato di Hans Zimmer e di Jóhann Jóhannsson che sforzandosi di annullare loro stessi hanno riprodotto con fedeltà le stesse sonorità cupe e distopiche con cui Vangelis aveva musicato la pellicola del ’82. Fin dai primi istanti ci si sente subito in un luogo familiare proprio grazie alla musica, poi subentra la fotografia di Roger Deakin che crea un’opera visivamente perfetta.

Ecco Blade Runner 2049 è un film tecnicamente ineccepibile. 168 minuti in cui si resta a bocca aperta illuminati da una moltitudine di luci sature e distorte al neon, da pubblicità ossessive e interattive, bagnati da una pioggia gelida e pungente. Lo spot perfetto del futuro che verrà, schiacciati dalle multinazionali ree di aver devastato il nostro pianeta in nome del  progresso tecnologico.

Però poi dobbiamo parlare della trama anche se sarebbe meglio continuare a sollazzarsi con i tanti riferimenti e citazioni, rimandi educati e mai troppo invadenti alla pellicola originale, gentili omaggi che mai sono risultati così dissacranti come un pianeta con un cannone nel mezzo di nome Star Killer. Impossibile descrivere la trama senza incappare in qualche spoiler per tanto dirai soltanto che il gioco degli indizzi che il regista Denis Villeneuve e gli sceneggiatori Hampton Fancher, Michael Green hanno messso in piedi riuscirà a tenervi impegnati per almeno tutta la prima parte del film (quella più lenta) poi sarà facile mettere insieme i vari pezzi ma in fondo era quello che serviva fino all’entrata in scena di Deckard.

A proposito se vi aspettate di sapere se il personaggio di Harrison Ford sia un replicante o meno beh… avrete una risposta, anche se potrebbe non piacervi.

Il tema centrale della storia girerà tutta intorno al concetto dei ricordi. La domanda a cui la pellicola vuole metterci davanti è “come fai a sapere se i tuoi ricordi sono reali?” niente a confronto dell’esplorazione del senso della vita ma un interessante incipit per un buon racconto minore.

Blade Runner 2049 è quindi un buon film che non sa di bestemmia se paragonato alla pellicola di Scott ma attenzione che non si avvicina nemmeno lontanamente all’originale se non per dei continui rimandi visivi e sonori, dolci carezze mentre ci provano a far digerire una storia carina ma senza dei veri e propri picchi narrativi.

Il consiglio del cornerhouse è comunque di vederlo nel vostro cinematografo preferito quasi infischiandose della storia, lasciandosi però cullare da questa espressione riuscita e di mestiere di tecnica digitale con cui è stato confezionato il seguito non richiesto e non necessario del solo e unico Blade Runner, il tuo film preferito di sempre immaginando che un giorno magari non troppo lontanto SIRI sia proprio come “quella” del film.

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Blade Runner Edizione 30′ Anniversario

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L’arrivo in anticipo di Mini Cornerhouse ha scombussolato un po’ la programmazione di questa settimana sulla vostra appassionata webbettola di fiducia (e non solo). Come sicuramente saprete ieri sera nella maggior parte delle sale italiche dei cinematografi sono iniziate le proiezioni di Blade Runner 2049 il sequel non richiesto e rischioso di Blade Runner il Film di Fantascienza, l’unico inimitabile film, perfetto, ineceppibile, il tuo film preferito ever, tratto da uno dei romanzi del più importante scrittore di Fantascienza Philip K Dick “Do the Androids dream of Eletric Sheep”.

Se tutto fosse andato come programma per tutta la settimana ci sarebbero stati solo post dedicati a questo tema e il primo sarebbe stato proprio questo la recensione del cofanetto da collezione dell’edizione per il trentesimo anniversario di Blade Runner in formato disco raggio blu.

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La confezione di questo cofanetto da collezione è in cartone e mette subito il evidenza la presenza del gadget incluso nella confezione l’automobile della polizia utilizzata da Deckard.

Aprendo la scatola troveremo ancora l’astuccio contenente tre dischi raggi blu e un piccolo volume cartonato intitolato “The Art Of Blade Runner”.

Nel Disco 1 troviamo il Final Cut del 2007.  Dovete sapere infatti che sia nell’edizione uscita nelle sale nel  ’82 quanto nel famigerato Director’s Cut del’92, il regista Ridley Scott non aveva avuto il totale controllo sul film per questione di money motivo che, oltretutto, ha ritardato per lungo tempo l’arrivo di una versione home video del film. successivamente riproposta, in versione restaurata, nel 2006.

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Nel Disco 2 troviamo: Versione Cinematografica Americana (1982): la versione originaria dei cinema americani – Versione Cinematografica Internazionale (1982): conosciuta anche come “Versione Criterion”, include più scene di violenza e azione e corrisponde alla versione del film distribuita da Warner Bros nel cinema europei e asiatici – Director’s Cut (1991): la versionedalla quale vennero rimosse la voce narrante di Deckard e l’happy end imposto dallo studio. Si tratta della versione nella quale venne inserita la fondamentale scena dell’unicorno dalla quale sono nate tutte le speculazioni su Deckard replicante.

Nel Disco 3, oltre al documentario Dangerous Days e a più di 1000 immagini di archivio ad alta risoluzione, troviamo anche la rarissima Workprint Version, cioè la copia lavoro del film mostrata nelle proiezioni test del film fatte a Denver e Dallas nel marzo del 1982.

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L’artbook che troverete all’interno della confezione è un gradevole volumetto cartonato che contiene molte fotografia di repertorio e parecchi schizzi preparatori per creare la scenografia d’effetto che tanto ami in questo film.

Infine l’auto di Deckard è un giocattolino gradevole e ben rifinito che riproduce fedelmente quella che vediamo nel film.

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Tirando le somme siamo di fronte alla più completa edizione per il film più bello di sempre.

Per quanto riguarda la aspettative nei confronti di Blade Runner 2049, che se tutto va bene riuscirai ad andare a vedere nel weekend, siamo su livelli alti ma non troppo. Fortunatamente le recensioni che sono già apparse parlano sull’internet parlano di un buon film di fantascienza che non insulta troppo la pellicola originale. In fondo è abbastanza lecito non chiedere di più come neanche, però, aspettarsi di meno.

 

 

 

Big Fish

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Questa settimana il piano di programmazione della vostra webbettola di fiducia avrebbe previsto tutt’altro. Oggi ad esempio sarebbe dovuto uscire il commento (Spoiler Free) di Dunkirk, ma ieri sera, complice alcune questioni, hai preferito restare a casa e posticipare la visione del film magari al weekend che tanto le previsioni minacciano pioggia.

Ieri sera era proprio la serata giusta per godersi qualcosa di bello con la dolce Moglie nella classica modalità spapanzati sul divano (Marchio Registrato). L’unica cosa da capire era se continuare a guardare qualche serie tv già iniziata o, visto che in fondo era programmato cinema, guardare effettivamente un film.

Inizialmente hai fatto scorrere il catalogo di Netflix lungo le commedie. Serviva qualcosa di divertente, pensavi, ma niente aveva attirato il vostro occhio. Allora vi siete spostati su Fantasy e Fantascienza (detto tra noi la classificazione di Netflix è davvero orribile) e dopo interminabili minuti di indecisione, eravate giunti all’ardua decisione di scegliere tra Edge Of Tomorrow (che nessuno aveva ancora visto) e Big Fish (che tu avevi visto ma almeno quindici anni fa, mentre tua moglie no). Alla fine avete optato per il film di Burton che per qualche strano motivo in qualche modo altrettanto strano sembrava proprio ti stesse chiamando.

Urca urca, è stata una scelta azzeccatissima. Non ti ricordavi Big Fish così bello o forse a vent’anni non avevi capito a pieno il suo senso, o più semplicemente, l’avevi dimenticato con tutto il tempo che è passato dalla prima e unica volta che hai visto questo film.

Big Fish racconta la storia un padre e di un figlio che si trovano distanti. Con il sopraggiungere della morte, il figlio tenta in ogni modo di riavvicinarsi al proprio padre. Per farlo, però è “costretto” ha iniziare a credere alla storia della vita “ricamata e fantasiosa” che il padre amava raccontare ogni volta che poteva.

Una visionaria e poetica lotta tra la razionalità e i sogni che ieri ti ha incredibilmente commosso (accidenti a queste bruschette!). Una romantica storia d’amore e magia che ha saputo colpirti al cuore. Tanti temi insomma. Quasi tutti gli schemi narrativi del registra statunitense trovano una perfetta collocazione all’interno di questa storia tratta dal romanzo omonimo di Daniel Wallace (che non hai letto). Forse una delle vette più alte della poetica di Tim Burton. I mostri, le streghe, la vita, l’amore e la morte. C’è tutto, proprio tutto, per questa irripetibile storia.

Oltre al talento di Tim Burton, Big Fish viene anche interpretato da attori di un certo livello che hanno eseguito delle brillanti prove attoriali. Obi-Wan Kenobi che fa il padre da giovane, Il Dr Manhattan che interpreta il figlio. La musa e ex compagna di Burton Helena Bonham Carter (la strega) e la musa del Cornerhouse Marion Coutiliard (Moglie del figlio). Un gran Cast niente da dire.

Per questo, ragassuoli, anche se molti di voi hanno già visto questo film, il cornerhouse vi consiglia di dedicare di nuovo due ore del vostro tempo per (ri)verdere Big Fish perché accidenti se ne è valsa la pena!

Oggi probabilmente non riuscirai a fare le views che Dunkirk ti avrebbe garantito ma forse è meglio così perché ieri grazie a Big Fish è stata una serata veramente speciale.

10 Curiosità Sul Pianeta Delle Scimmie

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Ragassuoli come da tradizione per i film che vai a vedere al cinematografo di quartiere e che sai che potrebbe piacere ad un bel po’ di gente ganza come quella che sta qua a sorseggiare della buona birra o del grog rubato dalla stiva della nave di Le Chuck, è tempo di regalarsi il classico momento frivolo e gossipparo con le 10 curiosità che hai scovato nell’internet a proposito del film in prossima visione.

Oggi tocca a Il Pianeta delle Scimmie!

1) Facciamo subito chiarezza “Rise of the planet of the apes” è il titolo originale del primo film della nuova trilogia. Quando fu girato il secondo capitolo della trilogia e fu scelto il titolo “Dawn of the planet of the apes” si creò un problema. Ops!

Per la traduzione italiana del titolo del secondo film scelsero quindi due parole inglesi, assenti nel titolo originale (ovviamente in inglese): Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie. Che poi tu sta revolusion non è che l’hai vista, però vabbè!

2) Andy “il mio tesssssoro” Serkis riveste per la seconda volta nella sua carriera il ruolo di scimmia. L’aveva già fatto nel 2005 in occasione del film “King Kong”. Sicuramente lo sapete ma lui è anche Gollum.

Andy Serkis ha definito Apes Revolution (Il titolo fa caguer ma in qualche modo dobbiamo capirci) il film come il più ambizioso film di “performance capture” mai realizzato perché la maggior parte del film è girato in location piuttosto che in studio. Quindi niente sfondi verdi ma tutto vero. Questo ha reso l’interpretazione di Cesare piuttosto complessa, ma visivamente ed emotivamente gagliarda. Per il terzo film infatti alcuni addetti ai lavori hanno scritto che una candidatura all’oscar non sarebbe utopica. Staremo a vedere.

3) Il nome Cesare è tratto dagli ultimi due capitoli della serie “Il pianeta delle scimmie”. I film si intitolano: “1999 – Conquista della terra” e “Anno 2670 – Ultimo atto”.

La scena in cui Cesare ricrea un modellino della Statua della Libertà è un omaggio al film del 1968, prima obera basata sul romanzo di Pierre Boulle “Il pianeta delle scimmie”.

4)Cesare ha una compagna (o moglie? le informazioni sono contrastanti), Cornelia, interpretata da Judy Greer. Insieme hanno un neonato e un figlio di nome River che ha circa 15 (questi anni non tornano perchè la storia è ambientata 10 anni dopo il primo film)  anni in anni umani.

Il nome Cornelia, è un evidente riferimento al Cornelius della saga originale (L’archeologo Scimmiesco)

5)Anche il nome della mamma di Cesare, che nell’originale si chiama “Bright Eyes” e ne “Il pianeta delle scimmie” viene trasformato in “Occhi Vivi”, qui diventa “Occhi Luminosi”. In Riferimento all’astronauta Taylor del primo Film.

6)Il Maurice Evans de il primo Il pianeta delle scimmie è qui omaggiato dando il suo nome ad un orango, ovvero il tipo di scimmia che il noto attore interpretava nel film del ’68.

7)Apes Revolution si svolge dieci anni dopo L’alba del pianeta delle scimmie. Il virus ALZ-113 che è concettuale simile al virus cancerogeno Simian 48 (non chiamatelo Symbian! )ha spazzato via il 90% della popolazione umana. Le gene mutante del DNA era stato progettato per curare l’alzheimer invece si scopre che è in grado di potenziale il cervello delle scimmie e di uccidere gli esseri umani

8)Secondo il produttore Dylan Clark, i personaggi di James Franco e Frieda Pinto, Will e Caroline, non sono mai stati destinati a sopravvivere al primo film e li descrive come una sorta di “ground zero” per il virus.

Lo script originale per L’alba del pianeta delle scimmie vedeva Will morire, quella scena è stata girata ma tagliata dal montaggio finale. Il produttore Dylan Clark l’ha descritta come una brutta giornata di riprese descrivendo la scena come troppo “forzata” e “poco convincente” per adattarsi al finale del film.

è un peccato che il cambio di regista ha portato anche ad un allontanamento di James, forse nella storia non avrebbe avuto un gran ruolo o forse si poteva cercare di rendere ancora più emotivamente forte il legame tra Cesare e gli uomini.

9) Nel doppiaggio italiano c’è stato un cambio di voce per il protagonista Cesare; mentre nel L’alba del pianeta delle scimmie a dargli corde vocali è Pino Insegno, in Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie la sua voce appartiene a Massimo Corvo.

10) Koba, la scimmia che odia gli uomini e scatena la guerra, nel secondo film ha il nome che si ispira al soprannome di Stalin (pensa un po’) che significa “Indomabile” ma non solo è un bonobo la razza di scimmia più pacifica. (Ops)

Non è stato facile trovare queste dieci fregnacce perchè l’internet più o meno scriveva sempre le stesse cose o non tutte erano divertenti o curiose. Tipo degli incassi che-cemporta? Altra cosa che ha rallentato il tuo lavoro è che purtroppo non hai i dischi raggi oblu con i contenuti speciali quindi ogni punto su ogni punto hai dovuto verificare le fonti e su alcuni gossip hai ancora dei dubbi. Ma poi oh, è solo un film!

Ciao Ciao!