[Disney] La Fine Di Un Sogno.

Pochi giorni fa in casa Cornerhouse abbiamo appreso attraverso alcuni quotidiani online la notizia che la Disney ha deciso di chiudere quasi tutti i suoi store a livello mondiale. I fatti, se confermati e chiaccherando con alcuni dipendenti sembra che la ricostruzione sia abbastanza fedele, mostrano un’azienda che ormai ha deciso di puntare completamente sull’ecommerce portando come scusa “la pandemia” e eliminando alla radice costi del personale e di struttura degli store che a causa delle chiusure forzate si sono trasformati in un problema. La Disney a metà maggio ha messo in liquidazione volontaria l’azienda controllante gli store e avvisando il personale solo a cose fatte le quali non sanno ora quando chiuderanno e non possono licenziarsi per paura di perdere il trattamento di fine rapporto. 

Immaginate il delirio e il panico che si possa essere creato di venerdì con i negozi pieni di gente perché si, è andata proprio così, le notizia terribile è stata comunicata dai responsabili a bruciapelo. Per quanto i quotidiani sembrano scrivere di lavoratori a rischio, i dipendenti di uno store romano mi hanno invece detto che il loro destino è già segnato e vedere un ragazzo di trentatre anni il quale da sempre ha lavorato in quel negozio che si mette a piangere davanti a mia moglie e a me, due perfetti sconosciti, fa capire come il clima sia teso come naturale che sia. È stato un momento duro.

Sia chiaro, capisco perfettamente il modello economico che il colosso americano vuole portare avanti, non lo vedo del tuo fuori contesto e altresì vero, però, pensando al significato di quel brand che fatico davvero ad accettare i fatti perché se è vero che sono i genitori che pagano alla cassa e farlo online o davanti ad un negozio può cambiare poco per i piccoli cambia tutto: Il Disney Store ha un significato particolare, un luogo che per mia figlia è sempre stato il più bello dei premi, il suo “negozio delle principesse” il suo posto dei sogni fatto di giocattoli e costumi. Un posto che per tutti gli appassionati ha il sapore di un sogno perché andare a Parigi o negli stati uniti è troppo costoso e allora ti accontenti, per modo di dire, di fare la gita al Disney Store.

Quello che mi fa rabbia è che da una parte la Disney professa l’inclusività, il politicamente corretto, ti fa comparire un disclaimer su Aladdin perché ci sono luoghi comuni sulla cultura mediorientale. Prende due piccioni che una fava creando principesse di tutte le etnie facendo soldi ma regalando a tutte le bimbe del mondo qualcuno a cui ispirarsi. Eppure quando la scelta più umana sarebbe stato razionalizzare magari lasciando dei quattrordici store in italia per quasi duecentotrenta dipendenti solo qualcuno magari Torino Milano Roma e Napoli sceglie invece la strada più drastica. Cosa dirò alla piccola Cornerhouse quando il suo posto preferito sarà chiuso con le serrande abbassate perché qualcuno ha deciso di diventare ancora più ricco.

Con questo discorso non voglio mancare di rispetto a tutte le altre famiglie, le quali appena il governo italiano darà, purtroppo, il via libera ai licenziamenti perderà il posto. Vi siamo vicini davvero. Ogni famiglia meriterebbe un post e soprattutto un aiuto. “Purtroppo” per il tema editoriale, si fa per dire, di questa webbettola de borgata è chiaro che questa notizia è in più in linea con il tema e quindi si scrive di lei. Infine Riconosco la fortuna di non aver ancora perso nessun giorno di lavoro e di aver dovuto accettare solo di consumare un po’ di ferie in più.

Un ultima cosa non criticateci tirando fuori un discorso educativo e contro il consumismo perché proteste anche aver ragione ma citando Aragorn e il Signore Degli Anelli “Non è questo il giorno” perché di fronte alle passioni è giusto invece credere in un sogno. Un sogno attraverso il quale la Casa Di Topolino si è arricchita ma sogno che ora viene dimenticato per ordine del Dio Denaro che ne vuole ancora di più.

Ebbene cari ospiti di questa webbettola la chiaccherata di oggi è giunta a termine. Vi si ricorda che stelline e commenti sono la benzina e l’unica moneta che vi verrà richiesta per partecipare a questo gioviale convitto.

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15 commenti

  1. “Quello che mi fa rabbia è che da una parte la Disney professa l’inclusività, il politicamente corretto, ti fa comparire un disclaimer su Aladdin perché ci sono luoghi comuni sulla cultura mediorientale. Prende due piccioni che una fava creando principesse di tutte le etnie facendo soldi ma regalando a tutte le bimbe del mondo qualcuno a cui ispirarsi. Eppure quando la scelta più umana sarebbe stato razionalizzare magari lasciando dei quattrordici store in italia per quasi duecentotrenta dipendenti solo qualcuno magari Torino Milano Roma e Napoli sceglie invece la strada più drastica.” Sottoscrivo dalla prima all’ultima parola.

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  2. Gli store di Padova e di Venezia erano mete fisse per me, anche se sono grandicello…certo i prezzi erano sempre altini, ma era bello entrare nel mondo Disney. E comprare online non sarà la stessa cosa

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  3. Ho avuto a che fare per lavoro con Disney sia divisione editore sia home video. Sono una macchina da guerra e – come dicevano i Romani – pecunia non olet. Le multinazionali da questo punto di vista sono senza remore: c’è da tagliare, si taglia senza guardare in faccia a nessuno. Il merchandising è sicuramente una parte importante per Disney, ma i Disney Store quanto valgono a livello di fatturato e sopratutto profitti? È tutto lì e il “good ending” in questi casi spesso non è contemplato. Con Disney Plus hanno già uno strumento di marketing e fidelizzazione di straordinaria potenza ed efficacia. Disney Store non serve più a fidelizzare i più piccoli. Dispiace per i dipendenti e dispiace di avere perso per i più piccoli un negozio in cui “toccare”, vedere nei loro occhi la meraviglia. Effetti della comodità della distribuzione digitale. Ne vedremo ancora nel prossimo futuro. Sono curioso di vedere l’impatto sui nostri figli.

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    • Fratello mio non posso che condividere ogni tua parola. È chiaro che Disney Plus diventerà forse anche uno strumento diretto di ecommerce che punta tramite app agli store digitali. L’altro negozio che mi ha spaventato è stato il gamestop praticamente era assente la parte dei giochi usati giusto un cesto per Ps4 e uno a metà tra xbox one e switch. I tempi cambiano!

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      • Vero, i tempi cambiano e siamo nella transizione. Delle edizioni fisiche forse rimarranno le “edizioni speciali” a prezzi osceni ricche di varia paccottiglia. Si ricaveranno una nicchia di mercato editori come Limited Run Games (anche se tra spese di spedizione e tasse il prezzo arriva a 50 euro come minimo). Il negozio di GameStop vicino casa presso il quale andavamo i nani e io a farci una passeggiata (e acquisti) ha chiuso da qualche mese. Stanno “razionalizzando” anche loro.

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        • Credo che Gamestop paghi anche certe scelte di direzione discutibili: a me non è successo, ma so che in certi punti vendita era d’obbligo infilare a sorpresa l’assicurazione. Quel che mi è sempre successo, invece, è la mancanza dei due centesimi di resto (ovviamente non risulta un prezzo pieno nello scontrino, e anche se sono pochi spiccioli, moltiplicati per chissà quanti acquisti, diventavano un guadagno esentasse).

          Riguardo ai Disney Store c’è poco da dire: il lieto fine sembra essere contemplato solo per alcuni e ormai la natura di Giano di Topolino (metà arte, metà mercato) sembra definitiva.

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          • L’associazione sempre chiesta e sempre evitata. I centesimi mancanti mi è capitato solo una volta perché ho pagato in contanti. Di solito sempre carta di credito. Credo che stiano eliminando i negozi di quartiere. Resistono quelli nei centri commerciali.

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